Chiesa di Sant’Agostino

L’edificio, che risale in origine al XV secolo e che è annesso al monastero, ha subito più volte nel corso del tempo modifiche e ristrutturazioni. L’ultima eseguita nel 2000 ha riportato alla luce uno splendido affresco del pittore di Monterubbiano Vincenzo Pagani.

I primi documenti che abbiamo riguardo la Chiesa di San’Agostino recano la data 1468, anno in cui essa risulta però già annessa al monastero dell’ordine Eremitano di Sant’Agostino e quindi è lecito supporre che un primo impianto fosse presente anche in tempi antecedenti.

Nel corso del tempo sono state eseguite più volte ristrutturazioni, aggiunte e modifiche: una di esse è ricordata dalla data 1729, incisa sul portale della chiesa, e finanziata in parte da Giovan Battista Manilio Urbani, componente della nobile famiglia Urbani di Monte San Martino. Il campanile, attuale torre civica, esprime caratteri settecenteschi con il suo sobrio stile neoclassico, pur avendo un’aggiunta successiva nel portale d’ingresso dal gusto neogotico, stilisticamente databile alla seconda metà dell’Ottocento. Anche la facciata presenta modifiche riconducibili a un gusto più recente, come il rosone dal quale deriva il logo della Pro Loco, e la soluzione cuspidata, tipica delle chiese agostiniane, collocabili alla metà del XX secolo.

Di fatto la struttura diventerà proprietà del Comune nel 1861, in seguito all’espropriazione dei beni ecclesiastici seguita all’unità d’Italia, anche se gli Agostiniani continueranno ad abitarvi fino al 2000.
L’interno è ad unica navata e in posizione centrale si nota subito un’imponente pala d’altare del pittore ascolano Nicola Monti, mantenuta al suo posto da un complesso sistema di carrucole e argani lignei che un tempo consentivano lo scorrimento in verticale della tela stessa. Vi troviamo rappresentati una Madonna con il Bambino e i Santi Agostino, Tommaso da Villanova e Monica.
Sul lato destro, nella prima cappella è presente la tela con la Madonna col Bambino e San Francesco attribuita a Giuseppe Ghezzi (1634-1721), membro dell’importante famiglia di artisti di Comunanza, mentre nella seconda cappella troviamo una complessa decorazione a girali di vite con grappoli d’uva, aggrappati alle colonne, che rimanda alla preziosa tradizione marchigiana della lavorazione artistica del legno, in particolare nelle tecniche dell’intaglio e dell’intarsio.

L’opera di maggior pregio è indubbiamente l’affresco di Vincenzo Pagani, situato sulla sinistra, che è stato portato alla luce da uno degli ultimi restauri del 2000 effettuati in seguito al terremoto del ’97 ed oggi completamente restaurato. Nonostante la perdita di alcuni brani pittorici e l’occultamento della parte più a destra della cappella, l’opera si presenta in ottimo stato. La struttura settecentesca, infatti, ha compromesso solo in parte l’immagine, che era stata coperta da un confessionale fisso sormontato da una nicchia per ospitare una statua.
Vi troviamo rappresentata una crocifissione, con a sinistra San Giovanni dolente e a destra la Maddalena. Essi si stagliano su uno sfondo caratterizzato da colline e vallate che degradano fino al mare solcato da alcune imbarcazioni. Nella fascia della strombatura ritroviamo a sinistra San Sebastiano e nella parte superiore, le figure a mezzo busto di Santa Caterina d’Alessandria sulla sinistra, e Sant’Agata sulla destra. Sul lato destro, in posizione simmetrica rispetto a San Sebastiano, si trovava presumibilmente San Rocco perché entrambi questi Santi venivano rappresentati e invocati come protettori della peste. Al centro dell’affresco sono visibili ganci e buchi che testimoniano la mancanza del crocifisso centrale che un tempo occupava sicuramente il centro della rappresentazione. Oggi, dopo un accurato restauro che lo ha riportato all’aspetto originale, eliminando tutti gli strati di colore che erano stati aggiunti nel tempo, lo ritroviamo in una delle cappelle laterali della stessa chiesa. E proprio grazie ad esso è stato possibile ricostruire in parte la storia dell’affresco del Pagani.

Una Memoria trascritta nel 1779 da un certo Nicola Ascenzo Palombi, e di cui ne resta una copia nell’archivio comunale, racconta che il crocifisso ligneo venne ritrovato nelle campagne di Norcia nel 1527. In quell’anno era Podestà della cittadina umbra Lattanzio Urbani, membro di una nobile famiglia di Monte San Martino, che si adoperò affinché il Vescovo di Spoleto concedesse il trasferimento dell’opera. Il 30 giugno 1527 il venerato crocifisso venne solennemente portato da Norcia nella chiesa di Sant’Agostino.

Si suppone quindi che l’Urbani, durante l’estate del 1527, si sia rivolto a Vincenzo Pagani di Monterubbiano (1490 c. – 1568) per la decorazione della cappella destinata ad ospitare la sacra immagine. Residente in quell’anno a Ripatransone, l’artista completò l’opera probabilmente nell’anno successivo. Il dipinto, collegabile a un gruppo di opere databili fra il 1525 e il 1529, è riconducibile alla maturità artistica del pittore. Formatosi nella bottega del padre Giovanni, Vincenzo ha sviluppato un cifrario stilistico personalissimo.

Particolarmente attivo nell’area picena, l’artista dalle prime opere di ispirazione crivellesca arriva ad aprire il proprio linguaggio ai modi della scuola urbinate ed emiliano-romagnola. La cura per il particolare e il rigore compositivo in lui si uniscono a una grande qualità pittorica, espressa attraverso il disegno e il colore.

Informazioni

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Indirizzo Piazza XX settembre, 16 A

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